Push Me vs Believe in Me

E tu, cerchi qualcuno che ti spinga, che ti inciti, o che creda in te?

Una delle esigenze che mi ha spinto ad aprire un Blog è stata la voglia di confrontarmi su argomenti che troppo spesso non vengono approfonditi, a cui non si dà il giusto risalto.

Uno di questi è il ruolo del Coach nella carriera dell’Atleta (ma anche del tipico praticante delle classi).

Non voglio parlare del ruolo nella sua interezza, ma di un singolo, semplice fattore.

E’ indubbio che il Coach debba motivarti, “spingerti”, a fare bene, a dare sempre il 100%, a non mollare.

We don’t quit.
Eppure, per me, c’è un limite oltre il quale il Coach non deve andare.

Il Coach non deve diventare un tifoso, non deve diventare la tua energia di riserva.

Sappiamo tutti benissimo che avere qualcuno che ci urla “Dai Caxxo! Non mollare! Ancora una, ancora una!”, ha una sua efficacia.

Quello che ci sfugge è perché funziona.

Il filosofo John Dewey afferma che

il bisogno più sentito della natura umana è “il desiderio di sentirsi importanti”.
Se qualcuno ci incita a fare di più, sta dedicando tempo ed energie a noi, sentiamo che per questa persona siamo importanti, e automaticamente scatta la voglia di non deluderlo.

Sentiamo che questa persona “crede in noi”.

Ecco il punto.

Abbiamo bisogno di qualcuno che creda in noi.

E da li che prendiamo quel Boost, quella riserva di energia nascosta!
Ecco il ruolo primario del Coach. 
Credere nell’atleta. E dimostrarglielo. 
E far si che anche l’atleta creda in se stesso e nelle sue potenzialità.
In uno sport come il CrossFit, o peggio come il Weightlifting, al Coach non è sempre possibile mettersi di fronte al suo atleta e urlargli in faccia.

Quindi abituarlo a questo, al Box, gli provocherà solo un danno, una volta in gara (ma anche al box, in sua assenza), quando non sarà più possibile ricreare quell’ambiente di lavoro, quel modus operandi.

Fatemi aprire una piccola parentesi polemica…

In gara vedo solo gente che urla, che grida “Vai, non ti fermare, Vai, fanne un altra!”
Questo non è Coaching!
L’atleta deve sapere quando e quanto spingere, deve già saperlo!
Non me ne vogliate ma un Atleta e un Coach la gara la preparano prima, a casa, in tranquillità.
E se l’atleta fa qualche stronzata in gara, non è in gara che va corretto.
Quando si ritorna a casa, si fa un bel debriefing e si analizza la gara, consolidando le cose andate bene e cercando di capire perchè quella cosa non ha funzionato e come risolvere.
Urlare è facile e costa poca fatica, preparare una gara (non allenarsi per la gara, prepararla, sono due cose diverse) comporta competenze e duro lavoro, oltre che una cosa che pochi Coach vogliono prendersi.
Comporta prendersi le responsabilità delle decisioni prese. Se dici al tuo atleta cosa fare e poi le cose non vanno come devono? 

Meglio urlare “ Ancora una cazzo!” 😉

Ai Games o ai Regional, i Coach stanno dietro, in area Warm Up.

Alle Olimpiadi idem.

Il fuoco che arde nell’atleta è suo.

Se  è fortunato ad avere un bravo Coach, anzi un Coach (senza il “bravo” , dato che questo è il suo mestiere e se non fa questo non è un cattivo Coach, non è un Coach) – sa come gestire tutto: il caso migliore e quello peggiore.  Semplicemente ha un piano.

E se a credere in lui sono in due (lui e il suo Coach), avrà quell’arma in più che gli farà fare la differenza!

 

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